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Alle armi: salviamo il cinema contemporaneo

Ivan Moliterni, intervenuto nell’incontro del 26 Aprile sull’identità del cinema contemporaneo nell’ambito del MaTerre (Euro-Mediterranean Poetry Film Workshop) ha dovuto sostenere lottando con i denti la sua idea del cinema, e la sua tesi sull’andamento del cinema contemporaneo italiano.

Tutti i film nascono liberi e uguali, anche se poi ci sono film più uguali degli altri” - questa affermazione può racchiudere la filosofia del critico cinematografico materano: l’invito a dare una possibilità a tutti i titoli che escono in sala, a dare uno sguardo anche a quei film non proprio d’autore, perché queste opere contengono comunque un messaggio.

Moliterni ha inoltre esposto una suddivisione del cinema contemporaneo, in quattro “categorie” che ne sottolineano le tendenze:

La deformazione; un’ossessione della produzione italiana odierna, la messa in scena del tracollo del cinema stesso o l’esplicitazione della trasformazione fisica dei personaggi attraverso trucco e parrucco;

La mutazione antropologica; per esempio nella rappresentazione delle periferie, dove i ragazzi di vita di Pasolini, che erano diversi in quanto non borghesi e puri in quanto slegati dalle convenzioni sociali, diventano oggi solo ingranaggi di un sistema economico che appiattisce la società;

Gli slanci riflessivi; c’è una grande riflessione sui problemi e le disparità sociali e sulla quotidianità nel nostro cinema contemporaneo, talvolta presentata fiabescamente e attraverso elementi fantastici e sovrannaturali;

L’extra-cinematografia; ovvero video e immagini amatoriali che raggiungono l’opinione pubblica prima della produzione cinematografica: la realtà che arriva prima ed è tanto più sorprendente e traumatizzante quanto più è cruda e schietta (si pensi ai fotogrammi pubblicati da Repubblica nel 2014, che immortalavano nitidamente i cadaveri dei naufraghi nel mediterraneo).

Contro di lui guerreggiava il critico e storico del cinema romano Adriano Aprà. Drasticità la sua parola d’ordine, divide la produzione cinematografica in due filoni del cinema italiano che sono andanti e vanno separandosi esponenzialmente: il cinema industriale e quello indipendente.

È vero, l’industria – questo mostro- c’è sempre stata, ma come ben dice Aprà, “in passato produceva i suoi anticorpi”. Ovvero, venivano distribuiti nelle grandi sale anche nomi come Bellocchio, Ferreri, Olmi, Bertolucci, Antonioni, Fellini ed altri ancora. Adesso invece, ciò che fa paura in quanto diverso, ciò che non rientra nello schema, che supera il confine dell’aspettativa delle masse, ciò che è originale e viscerale, e sinceramente vero. Guadagnino, Sorrentino, Rosi o Garrone, (definiti ironicamente “i 4 moschettieri”) ci vengono propinati come punta di diamante della produzione cinematografica in Italia, e intanto tante opere meno conosciute ma magari più stimolanti e intelligenti rimangono confinate ad un circolo elitario di pochi intenditori, e gli viene negato di arrivare alla gente – e il cinema DEVE essere visto per avere un senso, per servire il suo scopo. Il nostro sistema opprime una cultura dal basso fatta di cineasti autentici e innovativi, pionieri di nuove tecniche e stili, che si muovono in un mondo parallelo fatto di sale indipendenti, dvd e proiezioni in musei d’arte.

Dunque, da una parte la mediocrità sconcertante dei prodotti che sono fruibili dal pubblico e distribuiti nelle sale, dall’altra un sottosuolo di forze creative, di persone libere e geniali di tutte le età (per citarne due: Saverio Cappiello, 27 anni, e Franco Piavoli, 86).

Dunque, da una parte un sistema che pubblicizza la catastrofe, la fine del mondo, la violenza e l’odio contro il nemico (nei film di supereroi per esempio), dall’altra prodotti emarginati ma non marginali, non sostenuti dalle istituzioni, che soffrono la repressione espressiva di un’industria che cerca film normalizzanti e normalizzati. Questo cinema “troglodita” -così lo definisce Aprà- rifiuta questa società piatta e verticale e l’industria cinematografica che la rappresenta, attinge dal passato insegnamenti per il presente e crede nella possibilità di un futuro per il cinema indipendente italiano. Crede di poter scalzare questo sistema che evita il contatto culturale con l’altro e la messa in discussione di se.

Il vero cinema, quello d’autore, non è morto in Italia –come alcuni sostengono; è solo sepolto e difficile da vedere: è come un senzatetto che giace nell’angolo di una strada affollata di film inconsistenti e banali.

Al contrario, pure non accorgendocene, stiamo vivendo quello che sembra essere uno dei momenti più belli del cinema italiano indipendente, ed è una vergogna che non sia conosciuto e guardato.

E allora dobbiamo lottare per il nostro cinema, per la nostra espressione. Praticare guerrilla culturale.

Si combatte contro i mulini a vento, con unico destino possibile quello di fallire travolti dai media? -Può darsi.”

E allora ALLE ARMI!

Federica Debernardis